Senior BIM Architect presso D&D Engineering

33 anni, pavese di origine, milanese d’adozione da settembre 2025.
Stefano Albertario è entrato in D&D un anno fa, portando con sé esperienza, competenza e una forte attenzione al processo.
Oggi lavora su progetti complessi dove metodo, tecnica e visione devono convivere.

Stefano, come sei arrivato in D&D?
In modo molto diretto: ho risposto a un annuncio di lavoro. Quando ho letto l’annuncio mi avevano colpito i progetti e il modo di lavorare: un approccio molto concreto, vicino al cantiere, con un taglio costruttivo forte. Cercavo qualcosa di sfidante, che mi mettesse alla prova. E qui l’ho trovato.

Che ambiente hai trovato entrando in studio?
Ho trovato un ambiente professionale e strutturato, dove la conoscenza circola liberamente, le regole sono chiare e le sfide ti spingono a dare il massimo.
Ho collaborato prima con Alessandro e poi con Luca: due approcci diversi, entrambi molto stimolanti e formativi.

A cosa stai lavorando attualmente?
Sto lavorando al progetto Unione Zero, uno studentato. È un intervento interessante e articolato, che richiede attenzione costante, coordinamento tra le diverse discipline e grande precisione nel controllo del modello e dei flussi informativi. Mi piace lavorare su progetti che hanno una dimensione reale e concreta, che incidono direttamente sulla quotidianità delle persone. Uno studentato non è solo un edificio: è uno spazio di crescita, di autonomia, di confronto. Io ho avuto la fortuna di studiare vicino a casa e di non dover vivere in uno studentato e, guardando oggi i prezzi di Milano, è stata davvero una fortuna.
Anche per questo trovo stimolante contribuire a progettare luoghi che possano offrire qualità, funzionalità e dignità abitativa a chi sceglie di studiare lontano da casa.

Chi è Stefano fuori dall’ufficio?
Suono la chitarra, sia acustica che elettrica. Non ho un genere preferito: è uno spazio personale, un momento di relax. Sono autodidatta e mi piacerebbe dedicargli più tempo. Mi piace viaggiare. Quest’estate sono stato in Algarve: ho amato la tranquillità, le spiagge tutte diverse tra loro, il cibo locale. Mangiare bene, per me, è parte fondamentale dell’esperienza. Un altro viaggio recente che ricordo con più entusiasmo? Manchester, tre notti per un concerto degli Oasis con degli amici. Una piccola vacanza costruita intorno alla musica. E poi amo film e serie TV. Una su tutte: The Office. Mi fa ridere perché, a volte, rivedo certe dinamiche lavorative in chiave ironica.

Come vedi evolvere il tuo lavoro nei prossimi anni?
L’introduzione dell’AI è già una realtà. La stiamo integrando nei processi di ricerca e verifica normativa, ma sempre con un filtro tecnico umano. Il mio ruolo, in prospettiva, dovrà includere sempre di più questa funzione di filtro:

  • filtro per le figure più junior
  • filtro tra imprese e fornitori
  • filtro tra dato digitale e decisione progettuale

Non credo che verremo sostituiti dall’intelligenza artificiale. Il nostro è ancora un lavoro artigianale, fatto di personalizzazione estrema del servizio. La ricerca della bellezza, la capacità di interpretare un contesto, di leggere un limite e trasformarlo in opportunità, questo è profondamente umano.
L’AI può supportare, ma la direzione resta nostra.

C’è un ambito progettuale che senti più tuo?
La riqualificazione. La considero anche una scelta etica. Vedere edifici abbandonati che scivolano nel degrado non mi piace. Nella riqualificazione vedo l’apice del mio lavoro: hai dei vincoli, dei “paletti” imposti dall’esistente, e proprio lì nasce la sfida creativa. Mi affascina quando un limite si trasforma in opportunità e riesci a dare nuova vita a qualcosa che sembrava destinato a spegnersi.

Hai riferimenti culturali o artistici precisi?
Diciamo che non ho “santini” appesi al muro. Non mi identifico in un unico riferimento, né sento il bisogno di aderire a una scuola o a una figura precisa.
Preferisco costruire una mia sintesi personale: raccolgo stimoli diversi, li metto in dialogo e li rielaboro in modo critico. Mi interessa capire il processo, più che imitare il risultato. Alla fine, sono tutti umani, con intuizioni straordinarie ma anche con limiti. Ed è proprio questo il bello: sapere che la qualità di un progetto nasce da ricerca, dubbi, tentativi e visione, non da un’icona irraggiungibile.

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